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CAPITOLO 1

ANNO SCOLASTICO 1903/1904

L’inizio della scuola è sempre un po’ caotico anche tra le austere aule del REALE GINNASIO LICEO MAFFEI, l’inquadramento per classi sulla strada non aveva portato quella disciplina che insegnanti e genitori pretendevano, correva l’anno millenovecentotre ed era un giorno d’ottobre riscaldato da un pallido sole. Verona ostentava eleganza, sia nei modi sia nello gesticolar saluti, al cospetto di una signora ci si doveva togliere il cappello e sulle carrozze, per buona parte ancora trainate da cavalli, cedere loro il tanto agognato posto a sedere.
La scuola metteva i brividi già il solo vederla, i nuovi n’erano intimoriti e non facevano nulla per nasconderlo, i veterani al contrario si comportavano spavaldamente anche se dentro di loro un certo fremito lo sentivano. Entrarono in aula spingendosi e il docente ebbe così modo di elargire la sua prima predica : “Mai avrei pensato che la vostra sete di cultura fosse così pressante …” dopo un eloquio durato una buona ora diede finalmente gli orari delle lezioni e i relativi insegnanti.
Qualcuno già lo si conosceva, altri come il prof. Sinico di fisica o la nobildonna Puccini di storia geografia erano perfetti sconosciuti, in cuor loro gli studenti speravano di non trovarsi davanti i soliti barbosi soggetti come Di Vito di latino o Frapponi di matematica. Il preside volle dare il suo saluto, invero la solita minaccia d’espulsione nel momento in cui l’interesse per le lezioni o le maniere usate non fossero confacenti al “sacro luogo” in cui si trovavano.
Alla ricreazione davano sfogo a tutta una serie di attività a volte persino violente, imitando i “pugilisti” o i sollevatori di peso, in classe c’era un certo Gobbo che apparteneva alla Ginnastica Bentegodi e per far conoscere le proprie qualità fisiche non disdegnava di caricarsi sulle spalle ben cinque compagni contemporaneamente e con questi a volte faceva pure dei piegamenti. Non tutti apprezzavano questa ostentazione di vigoria, affermando che era un modo per la “plebe” di guadagnarsi un po’ di attenzione perché né l’intelligenza né tanto meno i modi li avrebbero portati all’attenzione degli altri. Purtroppo le differenze sociali si notavano e ragazzi molto dotati a volte s' intimidivano per questo stato di cose rimanendo nell’ombra della mediocrità.
Durante quei brevi momenti discutevano di sport, di atletica e soprattutto di corse sia a piedi che in bicicletta, ma un’altra disciplina li faceva discutere : il Football, naturalmente anche questo nuovo sport era mortificato dai più, interessati ai virtuosismi degli spadaccini, erano molti gli appartenenti alla nobiltà che si cimentavano in quella disciplina, non dimentichiamo che all’epoca la maggior parte delle dispute anziché in tribunale finivano dietro qualche convento all’alba, in un duello all’ultimo sangue. I ragazzi è risaputo si accalorano per poco, è così da sempre e allora via alle sfide tra chi affermava che gli “atletisti” erano i migliori e chi s’impegnava per la nobile arte del pugilato, qualcuno timorosamente cercava dei complici per sostenere i “pedatori” quelli dai nomi incomprensibili che arrivavano da oltre Manica e giocavano per il Genoa cricket and football club oppure per il Milan anch’esso infarcito di stranieri già esperti in quella che era considerata la nuova arte.
Da noi qualcuno già ci si cimentava con palloni di stracci su strade polverose, non si conoscevano le regole ma, è nell’istinto di ognuno nel vedere qualcosa a terra e calciarlo, i bimbi poi anche se piccolissimi allungano il piedino e i genitori (di qualsiasi epoca) favoleggiano di avere un futuro campione.
La domenica mattina presto i nuovi adepti si erano dati appuntamento in un prato dopo il ponte pietra e con l’ammasso di abiti avevano formato le porte, erano giusto in dieci quindi due squadre da cinque. Nessuno voleva stare in porta, chi per paura dei tiri avversari e chi perché lo riteneva un ruolo di secondaria importanza. Per loro fortuna arrivarono due ragazzi incuriositisi nel constatare che quel manipolo vociante si era tolto i pantaloni restando con le sole mutande lunghe,immancabilmente però con camicia e papillon, l’eleganza per quei lontani giorni non era un optional.
Stabilito che dovevano essere i nuovi arrivati i due inconsapevoli portieri si fecero le squadre, create più in base alla simpatia che non alla capacità nel giocare.
Dopo venti minuti di contesa nessuno ancora aveva messo la palla in rete, vuoi per le dimensioni ristrette della stessa, del pallone che non rimbalzava e dell’incapacità dei contendenti, nessuno aveva ancora avuto la possibilità di esultare, in compenso si ebbe il primo scontro a botte tra i due capitani dopo l’infortunio di uno di loro, causato più per frenesia che per cattiveria. Esausti dopo due ore di gioco e un risultato di due a due si recarono per una salutare bevuta (di the) alla vicina locanda “ la botte” qualcuno di loro la ribattezzò:< le bòtte > visto come era stato l’andamento dell’incontro stesso, questo fece sì che tra risate e pacche sulle spalle si dimenticò l’incidente e fece crescere in ognuno la voglia di formare una squadra, una vera squadra!

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